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In concerto all'Arena di Verona
Scorpions, un tuffo nel passato (e al cuore)
pubblicato il 25 luglio 2018 alle ore 19:01
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Scorpions, un tuffo nel passato (e al cuore)

Verona Tedeschi sì ma anche veri rocker, e questo dovrebbe bastare a spiegare il ritardo con cui gli Scorpions sono saliti sul palco dell’Arena di Verona lunedì sera. Sul biglietto c’era scritto inizio ore 20, orario a cui nessuno ha mai creduto; sul palco  Klaus Meine,  Rudolph Schenker e soci sono saliti alle 22, per "sopraggiunti problemi tecnici" dopo l’acquazzone che si è abbattuto sulla città scaligera verso le otto di sera. Risultato: inizio del concerto in ritardo, scaletta tagliata, e primi due brani inascoltabili. Un po’ per i problemi tecnici di cui sopra, un po’ perché a 70 anni suonati i nostri ci hanno messo un po’ a carburare il diesel teutonico, ma dal terzo brano (The zoo) in poi lo show è decollato e per un’ora e mezza gli Scorpions hanno riportato indietro di 30 anni (ma anche 40) i 16mila fans che hanno riempito l’Arena in ogni ordine di posto. La ricetta del quintetto di Hannover, una della prime band non anglo-americane che sono riuscite ad arrivare ai vertici delle classifiche mondiali, è più che nota: heavy rock con chitarre distorte alternato a ballatone che strappano il cuore. Gli Scorpions non hanno fatto altro che alternare i momenti più heavy (lo strumentale  Coast to coast e la trascinante Big city nights tra tutte) con le ballate che li hanno resi famosi (Send me an angel ma soprattutto  Wind of change e l’immancabile  Still loving you). Ritmica di teutonica solidità e melodia all’italiana, un mix che funziona ancora oggi alla perfezione, come si è potuto vede re sentire lunedì sera in Arena, e che riesce solo a gruppi, anzi persone come gli Scorpions, perché alla fine ciò che convince un pubblico che li segue fin dagli anni 70 è che quei cinque tizi tra i 60 e i 70 anni che sono sul palco non fingono e non se ne stanno in posa: sono onesti e sinceri, e questo conta più di qualsiasi mix.

Carlo Doda
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